Oscar nel cuore. Brindisi batti un colpo

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1777095942004Per una volta, mettiamo da parte la stretta attualità del campionato e le bruttezze della New Basket Brindisi delle ultime settimane per dedicare questo editoriale a Oscar Schmidt. Sul Brindisi torneremo nella parte finale. Oscar ci ha lasciato qualche giorno fa, aveva 68 anni, era purtroppo malato da tempo e le ultime cure lo scorso anno non erano più servite. Giocatore leggendario, chiuse la sua carriera a 45 anni dopo aver segnato oltre 48 mila punti in carriera, quasi 13 mila soltanto in Italia tra Caserta e Pavia. Più di Kareem Abdul Jabbar e quasi quanti quelli di LeBron James, senza aver mai giocato in Nba.

Già, perché nonostante la chiamata dei New Jersey Nets, non una delle prime scelte in realtà, lui andò ad un camp della franchigia statunitense, mostrò i suoi incredibili numeri, leggasi canestri, e ebbe subito un contratto pronto da firmare. A quei tempi, però, un giocatore che andava nella lega statunitense non avrebbe potuto indossare la maglia della propria nazionale. Oscar ringraziò e disse no, perché, per lui, come tutti i brasiliani, la nazionale veniva prima di ogni altra cosa. E con la maglia verde oro giocò cinque Olimpiadi diventando, nemmeno a dirlo, il miglior marcatore della competizione.

Poi nel 1987 vinse i giochi panamericani contro gli Stati Uniti. I festeggiamenti durarono giorni e qualcuno dice che proprio quella sconfitta fece capire agli statunitensi di non essere più invincibili e da lì nacque l’idea del primo “Dream Team” del 1992. Non sappiamo esattamente come sia andata, ma è certo che Oscar è uno dei giocatori che sono rimasti nella memoria collettiva ed è impossibile non conoscerlo. Ecco perché all’interno del giornale, e suoi nostri social, lo vogliamo celebrare e ricordare come merita. Citando anche quella leggendaria finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid e i 45 punti segnati contro i 62 di Drazen Petrovic. Una partota leggendaria, due leggende del basket che ora si sono ricongiunte

Kobe forever

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phpimmg119174Ciao Kobe. Sembra ancora impossibile quello che è successo domenica sera. Un brutto sogno dal quale sarà difficile svegliarsi per lungo tempo. Eravamo felici per la splendida vittoria della New Basket a Brescia, tutta grinta e carattere come piace a noi e come questa squadra sa offrire, soprattutto nelle ultime settimane. Una vittoria importante perché ora la classifica, con il 2-0 a favore contro la Leonessa, si fa davvero interessante anche per un eventuale terzo posto, in attesa di ospitare l’Olimpia Milano per un’altra partita da far girare la testa. Poi la notizia, le prime immagini, lo sgomento generale. “Ditemi che quella su Kobe è una cazzata” (scusate la parolaccia). Con questo messaggio su wup, ho appreso la notizia, mai pensando che si trattasse di una notizia così tragica. “E’ morto Kobe Bryant e con lui altre persone sul suo elicottero privato”, recitava la prima agenzia battuta dagli Stati Uniti.

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Non è vero, non può essere vero. Chiedo conferma, è tutto maledettamente vero. L’elicottero di Kobe si è schiantato sulle colline di Los Angeles e con lui sono morti la sua amata figlia Gianna Maria, 13 anni e già pronta per giocare a pallacanestro, e altre sette persone. Più il pilota che pare abbia compiuto qualche manovra spericolata per evitare la nebbia. Non sapremo mai cosa sia successo realmente, quello che è certo che lo schianto ci ha portato via un campione, una leggenda, un grande uomo, un’icona molto più vicina a noi di quello che sembra. Kobe il giocatore generazionale, come negli Usa definiscono quel tipo di giocatori legati e ricordati ad un’intera generazione. Come Magic Johnson, come Michael Jordan. 20 anni in maglia Lakers, e solo Lakers, 5 titoli vinti, due ori alle Olimpiadi con la nazionale ne fanno a giusto titolo un giocatore “generazionale”. Ma anche Kobe l’italiano, per sette anni al seguito di papà Joe che ha giocato a Rieti, Pistoia, Reggio Calabria e Reggio Emilia dove Kobe vince un titolo provinciale segnando, a nemmeno 12 anni, 47 punti nella finale contro Novellara, città natale di “Lupetto” Malagoli.

Ci piace pensare che ora starai giocando a basket con lui, con Drazen Petrovic, con tutti gli sportivi che ci hanno lasciato prematuramente. Ayrton Senna, Marco Pantani, Marco Simoncelli, ma quanti altri… Ti ricorderemo sempre Kobe, contro l'Olimpia Milano vinciamo anche per lui!

Marino Petrelli

ph: Michele Longo (Ciamillo/Castoria)

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