Il diario di Giò su SM. Parte terza: il sapore della vittoria
Sono le 2 di notte. Della mia ultima notte a Istanbul. Stranamente la città è silenziosa, ma sempre illuminata come un enorme presepe. Invece di andare a dormire mi perdo a ripercorrere i miei mesi passati qui, in questa metropoli tutta da scoprire, in mezzo a persone e modi di fare lontani da ciò che erano le mie passate abitudini. Ripenso al primo giorno, a quella strana paura mista a eccitazione che avevo, catapultata di fretta dentro un qualcosa che rincorrevo da un po’. Ripenso agli alti e bassi, ai momenti difficili che ogni stagione ha, fino a quando ho alzato quella coppa per la vittoria in campionato.
Lo so che potevamo fare meglio. Lo so che il piano era andare almeno alle final four di Eurolega, ma a volte le cose vanno in modo diverso e va bene così. Sarebbe bello per una volta riuscire a raccontare passo per passo tutto ciò che ho vissuto, eppure è estremamente difficile fermare il tempo con delle parole senza rischiare di tralasciare qualcosa. Ad ora, mi sento solo estremamente grata per aver avuto la possibilità di vivere un qualcosa di diverso, e ad averlo apprezzato fino in fondo in tutte quelle sfumature che non si possono descrivere.
Un anno fa avevo scelto di lasciare l’Italia per andare in un paese straniero. Una scelta dettata dalla voglia che avevo di spostare l’asticella un pochino più in alto, uscendo da quella che è la zona di comfort dove ognuno di noi sta bene pur sapendo che qualcosa manca. Crescendo ho capito che per quanto il nuovo spaventi, ti spinge a ricercarti, a metterti alla prova e anche a capire che “c’è del altro”. Certo è che un anno fa non avrei immaginato di vincere un campionato turco a distanza di 12 mesi. Per quanto fosse un obiettivo, ho capito che le tempistiche a volte non le decidiamo noi.
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L’altra sera, mentre realizzavo che avevo appena vinto un campionato diverso da quello italiano, ho sentito dentro quella felicità pura che arrivava da tutti gli scalini fatti prima. Un po’ come quando percorri un sentiero abbastanza lungo, per goderti poi un gran bel panorama. E questo trofeo avrà sempre un sapore diverso, più forte, più duro, che in un mix di gusti sentirò sempre per primo. Se sono qui non è solo grazie al lavoro che ho fatto, in certi posti arrivarci da soli sarebbe quasi un peccato, e sono estremamente fiera di dire che ho avuto dei compagni di viaggio che mi hanno sostenuto sempre.
Un grazie particolare va al mio procuratore, Lorenzo Gallotti, che da dietro le quinte fa tutto ciò che non si vede, ma che per qualsiasi giocatore è importante, me inclusa. Ora ritorno a casa, finalmente tornerò a mangiare il prosciutto tagliato sottile, a bere il caffè ristretto, e un piatto di pasta con il sugo fresco della mamma. Quest’anno ho girato parecchio, e il concetto di casa per me rimane sempre un po’ difficile da comprendere. So che casa è dove ci sono le persone che amo, a cui tengo. So che casa è un posto dove ci sono gli amici, e dove guardando fuori dalla finestra ti senti come se tutto ti appartenesse un pochino. Il fatto è che ora sento che anche qui è un po’ casa mia, e fa strano dire “lascio casa per andare a casa”, ma è così. Cara Istanbul, e caro Fenerbahce, grazie per tutto quello che mi hai dato. Me ne vado con le stesse due valige con la quale sono arrivata, ma portando dentro un bagaglio invisibile ed estremamente prezioso. Arrivederci, perché qui i trofei e le vittorie sono #neverenough
Giorgia Sottana
