Il diario di Giò, seconda puntata. Da Istanbul per SM

foto Giorgia

E' una giornata grigia e dal mio divano guardando fuori riesco a malapena a vedere più in la di quel paio di grattacieli che ho davanti. C’è foschia, e come in ogni città del mondo anche a Istanbul sembra tutto un po' più strano quando fa freddo e piove. Le bandiere del Fener sventolano a più non posso davanti all’Arena, assieme a quella bandiera turca che si vede esposta ovunque. Mi sono soffermata un sacco di volte a pensare a quella bandiera, non tanto per la raffigurazione della luna e della stella, ma per il valore che ha per ogni turco. Tra le varie certezze che ti da Istanbul, come tutta la Turchia del resto, è quella bandiera. Non ho ancora avuto il coraggio di chiedere quanto valore c’è appeso a quel stendardo rosso, ma quello che fanno passare è un forte attaccamento alle loro origini e la loro nazione.

Tra i miei mille giri in taxi, ferma in coda sopra al Bosforo, guardandomi attorno vedo un sacco di mezze lune e stelle in uno sfondo rosso: alcune sospese in aria, altre svolazzano fuori dal balcone di qualche casa. Penso sempre: in Italia non si vede il tricolore esposto, se non fuori dalle scuole, o negli edifici dello stato. Trovo affascinante, e nutro anche un po’ di gelosia, a vedere come in questo paese le tradizioni tardino a morire. Loro ci si aggrappano forte, e ne vanno orgogliosi. Forse mi sbaglio, ed è solo apparenza, ma è ciò che sento quando entro in qualsiasi palestra e c’è sempre una foto di Ataturk, fondatore e primo presidente turco che ha vissuto una vita per condannare la corruzione e rimodernare il paese o quando sorseggio il tè in questi bicchierini di vetro seduta su un vecchio sgabello di legno. Oppure ancora di più quando passeggiando per strade sconosciute ai turisti, mi imbatto in qualche bar solo per anziani che giocano a carte come faceva mio nonno tanti anni fa.

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Quello che rende Istanbul così bella ai miei occhi, è che nella sua incredibile modernità e voglia di stare al passo con i tempi, trova la forza di rimanere comunque salda nella sua più profonda identità. Provo tante volte a immaginarmi come sarebbe se in Italia fosse così, se avessimo anche noi l’orgogliosa forza di appendere ovunque l’immagine di qualcuno che qualcosa di buono l’ha fatto, tipo un Falcone e Borsellino, e andarne fieri davvero, o sventolare il tricolore fuori dalla finestra non solo quando l’Italia vince i mondiali.

Nei miei momenti liberi, quando prendo e vado in giro a caso per perdermi nella città, parto sempre senza sapere esattamente cosa sto cercando, ma so che a Istanbul qualcosa da “rubare” e portarmi dentro per sempre sicuramente la trovo.

Giorgia Sottana

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