Nazionale, il ritorno prepotente del basket

Scritto da Redazione on . Postato in Post.it di Mario Arceri

224602450-427d82ea-a3a9-4d8b-bfc8-6f1403c5dc5fDurava da tanto tempo il digiuno olimpico che abbiamo pensato di arricchire, e in maniera inattesa, il piatto. Avevamo celebrato il ritorno del basket ai Giochi dopo tre edizioni in bianco grazie all’impresa delle ragazze del 3x3, è esploso l’entusiasmo con la partita perfetta giocata a Belgrado dalla Nazionale maschile che ha annichilito i serbi e si è conquistata il volo per Tokyo. Ragazze e ragazzi insieme sotto i cinque cerchi: era successo soltanto nel 1980, con la prima partecipazione femminile e con i maschi che, battendo l’Urss, alla seconda sconfitta interna di sempre nella sua storia, si erano messi al collo la medaglia d’argento.

In queste ore la pallacanestro è tornata prepotentemente sulle pagine di tutti i giornali: merito di Meo Sacchetti e dei nostri Fab Four, e cioè di Mannion, Fontecchio, Polonara e Tonut che hanno dominato il preolimpico insieme a Pajola che ha dimostrato di avere imparato più che bene la lezione del maestro nella lunga stagione virtussina imbavagliando Teodosic, e a Melli che, al di là dei numeri, poco pietosi nei suoi confronti, ha dato lezione di difesa annullando Marjanovic e, soprattutto, ha interpretato nel modo migliore il suo ruolo di capitano ponendosi come guida esperta e leader morale di un gruppo che nella sua compattezza è andato crescendo di partita in partita. Siamo sinceri: soltanto gli scommettitori più accaniti hanno forse puntato sull’Italia a Tokyo, e se l’hanno fatto si sono messi in tasca un bel gruzzoletto. La vittoria di Belgrado però vale molto di più dei “due punti”: rilancia l’immagine del nostro basket; avrà, si spera, un enorme effetto promozionale quanto più necessario in una fase di sbandamento come quella che stiamo ancora vivendo purché venga gestita adeguatamente sotto il profilo della comunicazione; sotto l’aspetto della politica sportiva, infine, irrobustisce il peso della Federazione e, per la gioia di Malagò, consente al Coni di battere ogni record: oltre 380 atleti presenti ai Giochi e in 36 diverse discipline: quasi metà sono donne.

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Per lo sport strattonato per due o tre anni dalle beghe politiche, ostaggio prima di chi voleva metterci sopra le mani per farne bacino di voti e poi di chi candidamente confessava di non capirne nulla pur avendone la delega, è un successo enorme e la dimostrazione della assoluta necessità che ne venga garantita l’autonomia affinché resti vincente. In tutto questo, mentre stiamo lentamente uscendo da questi ultimi tenebrosi mesi - e come sta facendo la Nazionale di Mancini -, l’Italia del basket ha rialzato orgogliosamente la testa, conquistando con la formazione forse meno considerata di sempre un traguardo che sembrava impossibile. Gli aspetti tecnici sono stati analizzati e commentati da chiunque, competenti o meno, addetti ai lavori o apprendisti stregoni, tra entusiasmi smodati, minimizzatori seriali e pelosi distinguo.

Tante parole che lasciano il tempo che trovano: l’importante, e l’unica verità, è che i dodici protagonisti della presa di Belgrado hanno espresso qualità morali, voglia di sbattersi, orgoglio della maglia per abbattere ogni pronostico. Significa che, nonostante tutto, c’è del buono nel nostro basket, che Romeo Sacchetti con la sua competenza, l’esperienza di chi ha vissuto sul campo momenti analoghi (argento a Mosca, quinto posto a Los Angeles dopo l’oro europeo a Nantes) e ne conosce l’importanza, e la saggezza nel rapporto umano con i suoi giocatori, ne ha tratto il meglio utilizzando le leve più giuste per trasformare un gruppo di ragazzi mai troppo considerati in un collettivo vincente. Se basterà per fare bella figura a Tokyo ed evitare che il viaggio si trasformi in una vacanza in estremo oriente, lo vedremo tra pochi giorni. Intanto la lezione è questa: la Nazionale è l’espressione massima del nostro movimento, non deve essere sacrificata, i nostri ragazzi meritano fiducia.

Lo dimostra l’attenzione con cui è stato seguito il preolimpico, la partecipazione con cui è stata vissuta la partita con la Serbia, l’attesa che accompagna il viaggio a Tokyo: nessuna squadra di club, nemmeno per una finale di Eurolega, avrebbe ottenuto tanto. Non dimentichiamocelo alla fine dei Giochi.

 Mario Arceri

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