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2019, anno mondiale. La Cina ci attende

Scritto da Redazione on . Postato in Post.it di Mario Arceri

italiaCi eravamo lasciati in un mio precedente intervento su Supporters Magazine facendo bilanci e di previsioni e provando, almeno nel nostro ambito, ad estrarre qualche elemento di fiducia. Le Nazionali, innanzi tutto: il mondiale delle ragazze del 3x3, il titolo europeo vinto dalle Under 16 di Giovanni Lucchesi, la qualificazione autorevolmente raggiunta dalle azzurre di Marco Crespi per l’Eurobasket del prossimo anno, la Nazionale maschile di Meo Sacchetti che ha ottenuto il ritorno in World Cup a vent’anni di distanza dall’ultima partecipazione conquistata sul campo (nel 2006 ci comprammo il posto a Saitama).

La Nazionale ha concluso il suo lungo viaggio attraverso le qualificazioni perdendo a Klaipeda contro la Lituania. Un anno e mezzo di sfide che hanno confermato la collocazione riconquistata dall’Italia tra le prime dieci squadre del Continente fin dal 2013, dall’Europeo in Slovenia (ottavi) a quello del 2017 in Turchia (settimi), passando dalla Francia (sesti) dove, con una sciagurata gestione dell’ultimo pallone, s’è persa l’occasione di tornare sul podio. Rispetto tutte le opinioni e normalmente non entro nel dibattito che si scatena ad ogni occasione sul web, ma mi danno un po’ fastidio certe prese di posizione ingenerose soprattutto nei confronti di un gruppo di ragazzi che per diciotto mesi si è sbattuto per raggiungere un traguardo comunque importante e niente affatto scontato. La qualificazione non si è conquistata travolgendo un’Ungheria demotivata dalla notizia del successo della Polonia in Croazia: quello è stato solo l’ultimo e decisivo passaggio, comunque insidioso sotto il profilo psicologico, ma attraverso un percorso fatto fin qui con otto vittorie e tre sconfitte, alcune anche pesanti (in Olanda e in Polonia).

Merito di Romeo Sacchetti che ha saputo di volta in volta trarre dall’anemico serbatoio del nostro basket attuale il meglio a disposizione in base ai vincoli purtroppo esistenti, e di gettare fin d’ora le basi per il dopo Tokyo 2020 impiegando ben 28 giocatori diversi (il ventottesimo è stato Moraschini) facendone esordire ben dieci in maglia azzurra, dai giovanissimi Mannion, Flaccadori e Candi ai più anziani Brian Sacchetti e Ricci, ottenendo dalla maggior parte di essi una buona risposta, promettente per il futuro, quando i migliori saranno ben oltre i trent’anni di età.

Il merito del CT, di cui tutti hanno sottolineato il valore tecnico (i successi con Sassari e la Coppa Italia recentemente vinta con Cremona lo testimoniano), ma soprattutto l’umanità nel rapporto con i suoi giocatori, è indubbio. Nasce dal personaggio stesso, un ex atleta che in maglia azzurra ha contribuito ai successi più significativi (un argento olimpico e un titolo europeo) e che nei suoi club ha sempre dato prova di continuità e di solidità, atletica e mentale. Un uomo, dunque, che conosce a fondo la psicologia del giocatore e che sa dove far leva per ottenere il meglio, individuale e per la squadra. Che ne conosce i limiti (uno per tutti: il nostro centro, Biligha, supera di poco i due metri in un basket in cui nelle altre squadre si sprecano i giganti) e che cerca e trova il modo per superare l’inevitabile handicap con un gioco che ottimizza le altre qualità (difesa e tiro). Ma questo è il compito del coach, e Sacchetti ha dimostrato di saperlo svolgere nel migliore dei modi, in questi diciotto mesi non facili perché la particolare formula delle qualificazioni, raduni periodici di pochissimi giorni, impedisce un lavoro in profondità sulla squadra.

Il merito è anche dei giocatori che per la maggior parte non appartiene alla ristretta elìte della Serie A, ma che in Nazionale ha avuto modo di esprimersi inviando un messaggio importante ai club: l’opportunità di dare maggiore spazio e responsabilità, che del resto hanno dimostrato di poter pretendere. L’esplosione di gioia dei ragazzi e dei tecnici a Varese è più che giustificata, anche se l’avversario di turno era debole (ma anche qui bisognerebbe studiare un po’ di storia per conoscere la grande tradizione del basket danubiano, tra l’altro in crescita dopo una lunga crisi, dalla quale nemmeno l’Italia, come è noto, è stata esente): l’obiettivo raggiunto, il traguardo tagliato (e nello sport non c’è nulla di scontato), spiega ampiamente la gioia, soprattutto di chi in questi ultimi tempi ha avuto ben pochi motivi per esultare.

Nel valutare questo risultato, e dopo aver aver messo in cassaforte il biglietto aereo per la Cina, conquistato sul campo a distanza di 21 anni (in Giappone andammo comprandoci una wild card), teniamo anche conto della nostra realtà, di un basket nazionale che sta faticosamente ricostruendosi una credibilità internazionale, assoluta e invidiata fino agli inizi di questo secolo, precipitata (ricordiamoci la mancata qualificazione, per la prima volta in assoluto, agli Europei del 2009 in Polonia e il 17° posto nell’Eurobasket in Lituania due anni più tardi) nella passata decade per i tanti errori commessi quando, tramontata la generazione dei Myers, dei Fucka, dei Basile, dei Marconato, dei Chiacig, sulla “scuola” italiana – e cioè sui giovani – i nostri club hanno smesso di investire preferendo importare all’estero la “manodopera”, tra l’altro sempre meno qualificata.

In uno degli ultimi numeri di Basket Magazine (il 49, ad ottobre dello scorso anno), documentavamo come nel decennio 1998-2007 l’Italia fosse pressoché scomparsa dal medagliere degli europei giovanili (solo due bronzi tra i ragazzi, zero podi tra le ragazze), e come invece nel decennio successivo la tendenza si fosse modificata (un oro, un argento, tre bronzi tra i maschi, due ori cinque argenti e quattro bronzi tra le femmine). Insomma, dieci anni di buio completo che hanno praticamente azzerato il potenziale tecnico dei nostri giovani e poi una promettente ripresa che, almeno a livello giovanile, tenendo anche conto dei piazzamenti, ci ha riportato tra i Paesi leader in Europa.

Il lungo black out si è inevitabilmente ripercosso sulle Nazionali maggiori (ma anche sulle squadre di club) che hanno vissuto la fase più negativa di sempre. La ripresa c’è stata, timida, lenta, contrassegnata simbolicamente dall’affermazione all’estero (Bargnani, Gallinari, Belinelli, Datome, Melli, Hackett, Gentile, Michele Vitali, ma anche Sottana e Zandalasini) dei nostri migliori talenti e dal recupero di posizioni delle Nazionali maschile e femminile degli ultimi anni.
Il processo è inevitabilmente lento, la qualificazione per la World Cup – per nulla scontata alla vigilia - è indubbiamente un segnale positivo: altre nazionali, la Croazia, la Slovenia, probabilmente la Lettonia, solo per citare le squadre più qualificate, non ce l’hanno fatta, e le stesse Russia e Serbia sono a rischio, appese all’esito dell’ultimo confronto.

ita tifosiMancavano i migliori giocatori, a loro come a noi: vuol dire solo che, a parità di condizioni, il nostro livello medio è cresciuto rispetto ad altri Paesi. Desta piuttosto preoccupazione, e invita ad un approfondimento, il fatto che passando di età la competitività diminuisce: emblematico il risultato dell’Under 20, solo ottava, pur rafforzata da Moretti, dopo essere stata vicecampione mondiale l’anno precedente con l’Under 19. Significa evidentemente che negli altri Paesi i giovani migliori vengono subito valorizzati, mentre i nostri, tranne poche eccezioni, vanno in... sonno, e la responsabilità è solo dei club che non concedono opportunità (e non gli può essere imposta).

Qualificarsi per il Mondiale è solo un passo. Intanto questa serie di partite azzurre, a conferma della validità della formula, hanno consentito di mettere in evidenza nuovi protagonisti, hanno avuto un grande successo di pubblico – ed avrebbero meritato una platea televisiva assai più ampia, come avviene, e con grandi effetti promozionali, per altri sport – ed hanno rinsaldato l’ovvio amore e l’interesse per la Nazionale, basta guardare i massicci riscontri sul web e anche le discussioni sui social, i “Bar Sport” del nostro tempo.

Lasciamo a chi l’ha conquistato il giusto diritto di godersi al massimo questo risultato, ringraziamo di cuore chi l’ha ottenuto e rimettiamo a chi ne avrà la responsabilità, il ct Sacchetti, l’onere en la responsabilità di decidere chi porterà in Cina verificando disponibilità, talento e motivazioni, ma soprattutto non dimentichiamo da dove (e perché) veniamo, cosa abbiamo alle spalle, quali sono state le cause, confidando che questo momento felice spinga tutti, anche i club, a puntare un po’ di più sul... prodotto interno. Perché lo merita.

Mario Arceri (https://basketmagazine.eu/Reader/PostView?idpost=7426)

ph: Ciamillo/Castoria

 

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