Il nuovo asse del nord est

Scritto da Redazione on . Postato in Post.it di Mario Arceri

trento veneziaNon è bastato un Logan da favola nell’ultimo minuto di gioco, 10 punti consecutivi, da 73-81 a 83-84 con due triple, due liberi e un canestro da due punti, per ribaltare il risultato di una partita nata male per Avellino, e guadagnarsi così altri quaranta minuti di speranza. Dopo l’incredibile ko di gara 4 (73-75), una nuova sconfitta per meno di un canestro porta a 2-8 il bilancio stagionale nei confronti di Venezia, legittimando quindi il diritto della squadra di De Raffaele a presentarsi in finale e a contendere da sabato prossimo lo scudetto a Trento.

E quindi, in archivio anche le semifinali, da sabato prossimo e per potenziali quattordici giorni assisteremo ad una finale decisamente inedita. Venezia contro Trento: una squadra di antica nobiltà che un paio di scudetti li ha vinti già 76 e 75 anni fa, durante la guerra e prima che le tragiche vicende del conflitto togliessero possibilità e voglia di giocare a basket, comunque con una concorrenza necessariamente limitata, ed una squadra salita in Serie A da appena tre anni conquistando subito i play off. Fuori ai quarti nel 2015 e lo scorso anno, dritta in finale con sette vittorie su otto incontri in questa sua splendida primavera che le ha portato ben 19 vittorie nelle ultime 23 partite.

I NUOVI CONFINI DEL BASKET 100 ANNI DOPO LA GUERRA - L’asse del basket italiano è tornato a spostarsi verso nord-est: in finale – per la prima volta nella storia – una squadra del Trentino Alto Adige e una squadra del Veneto. In A2 c’è Trieste che ha rischiato di chiudere il conto al Pala Dozza con la Fortitudo (73-75), rinviando l’epilogo sul proprio campo mentre la Virtus, dopo aver piegato 3-0 la sorprendente Ravenna, sta affilando le armi per tentare il ritorno in Serie A.

Il nuovo triangolo – quel nuovo mondo di cui parlavo commentando la caduta di Milano – è formato da Venezia, Trento e Trieste. E’ solo un caso, ma si forma a quasi cento anni dalla riunificazione del nostro Paese negli attuali confini al termine della prima guerra mondiale. Il centenario cadrà tra qualche mese, nel 2018, ma è simpatico pensare che le due città abbiano voluto riaffermare il loro ruolo storico con le imprese sportive nell’anno più significativo.

SOCIETA' E TERRITORIO IDEALI PER VINCERE - Sia Venezia, semifinalista nelle due precedenti edizioni dei play off, sia Trento hanno comunque ampiamente meritato questo traguardo. L’Umana maschile è la punta di un iceberg di migliaia di ragazzi e ragazze che l’impegno del club lagunare coinvolge e indirizza al basket. La Dolomiti Energia è riuscita ad emergere in un territorio abituato ai successi dei suoi grandi campioni: dallo sci al ciclismo, ma in particolare alla pallavolo che per anni ha portato scudetti nazionali e trofei internazionali. L’humus giusto, dunque, per fare bene anche con il basket.

Ma la cosa più importante è che si troveranno di fronte due società ben strutturate: Venezia, come si è detto, con la sua organizzazione capillare anche e soprattutto a livello giovanile, sia maschile sia femminile (dove comunque è la terza forza in Italia dopo Lucca e Schio); Trento per la qualità del suo staff e in particolare del gm, Trainotti, che ha pilotato con saggezza la barca fino a questi traguardi propiziati, è evidente, dall’ottimo lavoro di Buscaglia che ha valorizzato anche i suoi giocatori italiani: Flaccadori, certamente, ma pure Baldi Rossi, rivitalizzando Moraschini, purtroppo ai box per infortunio.

Un paio di innesti importanti in corsa per entrambe: De Raffaele con Stone e Batista (lanciato in campo al momento giusto), Buscaglia con Sutton e Marble (e poi Schields). Scelte giuste e meditate, di giocatori in grado di far fare alla squadra quel salto di qualità necessario o semplicemente di colmare lacune tecniche o assenze per infortuni, come nel caso di Trento.

Ora si apre la fase più bella del play off. Fuori Milano con il suo carico di favorita d’obbligo divenuto alla fine insostenibile fino a crollargli addosso, la sfida che si apre è sulla carta equilibrata e destinata probabilmente a protrarsi a lungo. In più la certezza di vedere almeno due giovani italiani, Flaccadori e Tonut tra i protagonisti, e la necessità di sottolineare un altro aspetto interessante: il cuore, il carattere, la determinazione che alla proprie squadre dànno i due argentini, Toto Forray da una parte, Ariel Filloy dall’altra. Di Buenos Aires il primo, di Cordoba il secondo, entrambi trentenni, due storie parallele alle spalle. L’arrivo in Italia tre lustri fa, la lunga e dura gavetta nelle serie minori e la lenta crescita fino a diventare protagonisti nel massimo campionato ad un’età che solitamente avvìa verso la mesta rinuncia ai sogni di gloria. Che i due “gauchos” invece cominciano ad accarezzare nella stagione più bella della loro vita.

Mario Arceri 

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