Pesaro, vittoria e fratellanza

Scritto da Redazione on . Postato in I Canestri di Brindisi

br pesaro“Amici dell’Adriatic Arena”. Comincia così la serata del gemellaggio, ma in realtà ancora prima, con lo striscione di benvenuto che adorna l’ingresso ospiti e con i cori dedicati nel piazzale antistante -l’Adriatic Arena- fa breccia sentire i canti biancoazzurri condivisi dai biancorossi- e ancora un po’ prima con la meravigliosa ospitalità già dal sabato notte. Se non fosse per il colore diverso delle divise, se si badasse solo ai saluti, agli abbracci, alle dichiarazioni di affetto tra curve dirimpettaie, ai "piezz’e core", diresti che siamo qui, nella perla dei palasport d’Italia, a condividere una festa. Compreso l’omaggio caloroso e sentito a Piero Bucchi da parte del popolo brindisino, ed è un bello spettacolo sia notare l’affollamento vociante dello tribuna ospiti, sia, di fronte, il bandierone biancorossoazzurro che avvolge la curva pesarese per ricordare la data del gemellaggio, così recente, 6 marzo 2016, rispetto a sentimenti così “antichi”.

Presto però il parquet chiama ed è partita vera, senza Moore, senza Joseph, con uno “scongelato” English che rientra in punta di piedi e  porta il suo contributo, very correct. Il primo quarto scivola via tra cose semplici ed efficaci della Vuelle e giocate di pregio di Phil Goss che, specie all’inizio, si erge a condottiero della New Basket. Abbiamo visto tempi migliori di questo, anche peggiori di questo, quindi prendiamo il periodo per ciò che è: interlocutorio. Pesaro ha sostanza, ha consapevolezza, percepisci che si tratta di una squadra di tempra diversa rispetto alle recenti stagioni. Brindisi risponde ma non trascina. Ti svaghi con coreografie e cori gentili, un balsamo dopo Avellino, mentre l’ape Andrea “svolazza” per le tribune e nel settore biancoazzurro. Così pensi che comunque vada, qualunque cosa accada, niente potrà annullare il valore umano, aggiunto alla competizione sportiva.

E in un grigio secondo periodo, qualcosa accade. Nella forma di un ragazzone che frana a terra come un blocco di marmo, perfettamente orizzontale, su se stesso, e lo vedi un attimo immobile poi contorcersi e urlare di dolore. Poco prima due assist, un tiro da fuori, qui, nell’attimo fatale, l’elevazione a rimbalzo. Unanime la preoccupazione, troppo facile comprendere che l’infortunio è grave, minuti sospesi tra ansia e compassione. Daniel è il sempre meno timido presente che si affaccia al futuro, il talento covato per crescere. Rifletti sull’imponderabile, sulla precarietà delle cose umane, su quanto la carriera di un giocatore sia questione di equilibrio delicatissimo tra potenza fisica e fragilità. A ciò aggiungi la consuetudine agli infortuni che accompagna Brindisi e , nella pratica, il secondo periodo vede un mesto parziale 20-14 per i padroni di casa. Cominci ad abituarti ad una gara scialba, sempre in attesa di aggiornamenti sulle condizioni di Donzelli, gli unici guizzi sono quelli di Thornton e Jones, che infilano centri su centri, e i time out di Bucchi.

LA METAMORFOSI FINALE E IL SORPASSO - In visione simultanea ecco il passato di Brindisi-piglio energico, lavagnetta agitata, sedia sventolata, gesti concitati- ed il presente- tutti in piedi attorno al coach, qualche parola, lavagna fissa. Loquace l’uno, parsimonioso l’altro; senza giacca l’uno, con il fido asciugamano tergi fronte quale unico segno di tensione l’altro.  E’ una sfida nella sfida: tra due concezioni differenti, tra due uomini differenti. Del secondo tempo, in generale, cogliamo frammenti di stanca, e per quanto nel terzo periodo intensifichiamo (parziale di 22-26 per Brindisi), per quanto nonostante l’opacità non siamo mai troppo lontani da Pesaro, non riusciamo a sfruttare le occasioni  favorevoli per ricucire. Così il divario aumenta, si fissa, a due e quaranta dalla fine del match a meno tredici e torni a rassegnarti, è andata così. Sembrano averlo capito anche i fratelli supporters pesaresi che incoraggiano i dirimpettai  biancoazzurri a non mollare, mentre l’Adriatic Arena comincia a far festa.

Ma quale fine, quale rassegnazione! In un momento il parquet si illumina di luci come un albero di Natale: sono i nostri, Scott che, dopo aver floppato tutti i liberi disponibili ne mette tre di seguito fondamentali, Carter che ci regala il pareggio del supplementare, M’Baye che si spoglia di un atteggiamento neutro e ritorna quello di sempre, Goss freddo e preciso, quasi implacabile. Squadra motivata, compattata, determinata. L’overtime conferma l’inerzia positiva, Carter non si ferma più, M’Baye dopo il solito ventello e più si chiama fuori con il suo quinto fallo, Scott con i suoi ventisei conferma la sua “età adulta” nella squadra e alla fine, sul 102-96 finalissimo, vedi il capovolgimento totale  delle certezze. Si ride e si piange in contemporanea; affranti, quasi  attoniti i padroni di casa tutti gli uomini di Brindisi in corsa verso il settore ospiti a a dare e in volo il cinque ai supporters, a condividere con loro il successo conquistato.

Visione bipolare, cui si affianca il raccoglimento, la preghiera e la dedica dello spogliatoio Enel  a Daniel Donzelli. E chiamatela pure vittoria insperata, quella che invece  è il successo del fattore umano, anzi, la sua rivincita. Dolce amaro è il rientro, cullato dalla soddisfazione, sfumato dalla prognosi ufficiale che allontana Daniel dal campo per un periodo prolungato. Brindisi ha dimostrato di saper addomesticare anche la sfortuna. Su tutto resta l'amicizia, la fratellanza con le ragazze e i ragazzi di Pesaro, va al di là di una vittoria o una sconfitta. 

Daniela Franco

 

 

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